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Diario
4 marzo 2007
il documento IO SONO UN DEMOCRATICO - PARTE PRIMA
"IO SONO UN DEMOCRATICO"
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approvato dal Congresso Regionale
della Sinistra Giovanile e dalla Convenzione Cittadina e Provinciale della Margherita di Padova
PARTE PRIMA
Duemila anni fa era un onore ed un vanto poter dire "civis romanus sum". Trent'anni fa il presidente John. F. Kennedy durante uno storico viaggio a Berlino infiammo' i cuori, assetati di libertà, giustizia e democrazia, dei giovani di entrambe le sponde dell’oceano, affermando in piena guerra fredda "Ich bin ein Berliner".
Oggi, a partire dagli eventi congressuali che stiamo celebrando, ognuno di noi può essere orgoglioso di dire "io sono un democratico".
Qualcuno sceglierà di aggiungere un aggettivo ed affermare “io sono un social-democratico”, “un democratico ambientalista”, “un democratico laico”, “un democratico cristiano”. Questa libertà deve essere riconosciuta come una fonte di ricchezza inestimabile. Non si tratta infatti di un metodo per marcare differenze, ma della necessità di evidenziare il valore aggiunto delle esperienze storico- politiche che hanno scelto, liberamente, di convergere nel partito democratico. Non dobbiamo temere dunque di dire “io sono un democratico” e di specificare con un aggettivo l’approccio, l’origine e lo stile della nostra identità democratica. Come possiamo pretendere, infatti, di proporre la coesione sociale e perseguire il bene comune se non utilizziamo l’esperienza della vita di partito come una palestra di confronto, di mediazione, di costruzione democratica? Se vogliamo cambiare il Paese e portarlo a compiere un passo in avanti verso il progresso, il benessere e la giustizia, dobbiamo prima di tutto cambiare noi stessi, il nostro modo di fare politica e di metterci al sevizio dei concittadini. Oggi siamo chiamati a fare un passo in avanti rispetto al passato. Sulle nostre spalle non grava solamente la responsabilità nei confronti delle rispettive tradizioni politiche. Stiamo infatti cominciando con serietà e determinazione a farci carico del futuro.
Il cammino fino ad ora percorso dai singoli partiti ci ha portato ad adottare un obiettivo comune, un programma comune fino a giungere a questo momento chiave di unità. Si tratta di un punto di svolta cruciale per la vita politica italiana in cui dobbiamo sforzarci di discernere e scegliere il meglio delle rispettive storie politiche e portarlo con orgoglio nel nuovo partito.
E’ necessario l’impegno di tutti.
Stiamo vivendo contemporaneamente un tempo di semina e di raccolto. E’ arrivato infatti il momento di seminare su un terreno fertile i germi del partito democratico ed inaugurare una nuova fase per la vita politica italiana. Ma è arrivato anche il momento di cominciare a raccogliere i frutti di un cammino fatto di democrazia, impegno, entusiasmo, inaugurato nel 1996 con il progetto dell’Ulivo. Gli occhi della Storia sono puntati su di noi. Il fallimento delle politiche della Casa delle Libertà, il personalismo esasperato, l’individualismo e l’egoismo che hanno caratterizzano le proposte politiche della destra italiana ci impongono, per il bene dell’Italia, la necessità di elaborare un progetto chiaro, semplice, riformatore, alla portata di tutti.
Non dobbiamo avere paura. Come ha recentemente affermato il senatore dei Democratici di Sinistra Nicola Latorre “è arrivato il momento di mollare gli ormeggi e rompere gli indugi”. La paura del cambiamento deve essere vinta dalla presenza di un sogno collettivo, di un progetto concreto, dagli orizzonti globali, ma in grado di declinarsi anche nelle piu’ piccole realtà locali.
Pensando al travagliato processo che sessanta anni fa, ha portato alla nascita della nostra Repubblica, non possiamo non ravvisare i prodromi del processo che stiamo cercando di portare a termine. Animati dalla passione per la libertà e per la democrazia, le forze partigiane e di Resistenza hanno saputo creare una valida sinergia al fine di estirpare e combattere quella feroce dittatura nota tristemente con il nefasto nome di fascismo. Forze politiche di diversa origine e con obiettivi differenti hanno saputo coalizzarsi per il bene del Paese. Anche oggi, per il bene dell’Italia, dobbiamo lavorare insieme.
Oggi più che mai mi sento di ripetere quello che tante volte ho detto negli anni passati: non ci sono più ragioni perché le tradizioni riformiste dei socialisti, dei popolari e dei cattolici-democratici, dei liberal-democratici e dei laico-repubblicani, divise dalla storia e dai contrasti ideologici del ‘900, continuino ad essere divise anche in un secolo nuovo, cominciato con qualche anticipo con la caduta del muro di Berlino. Le divisioni del passato non hanno dunque più ragione di esistere, ma è nel futuro che dobbiamo cercare le ragioni di una unità nuova e feconda. (da Lettera di Romano Prodi per il seminario sulla costruzione del Partito Democratico, 19 settembre 2006)
I MATTONI
Coscienti dell’importanza e della valenza strategia del processo di costruzione del partito democratico, vogliamo portare il nostro contributo di idee. Esse sono i mattoni per la rinascita del nostro Paese: ciascuno di noi si assume la responsabilità di utilizzarli ed essere un operaio laborioso e convinto del grande progetto democratico.
1) ci impegniamo a difendere la democrazia e vogliamo accogliere tutti i socialisti, riformisti, cattolici, laici, repubblicani, ambientalisti, che si impegnano per la democrazia senza ambiguità e incertezze. Democrazia non è dittatura della maggioranza, nè sottomissione delle minoranze Costruire e praticare la democrazia significa, nel pieno rispetto della liberta' dell'uomo e del cittadino e nel riconoscimento di diritti e doveri universali, cercare terreni di incontro, tra valori, interessi pensieri diversi, con l'obiettivo di migliorare le nostre comunità e costruire un futuro di serenità, giustizia, solidarieta’ e benessere.
2) senza confondere libertà con egoismo, vogliamo difendere la libertà di opinione, di riunione, le libere elezioni, la separazione tra i poteri, la separazione tra stato e religione. Riconosciamo il pieno diritto di tutti i cittadini ad impegnarsi in politica, a partecipare alla vita pubblica, portando in essa il prezioso bagaglio delle proprie esperienze umane, dei propri valori e della propria fede.
3) Siamo convinti che i diritti umani siano universali. Le violazioni di tali diritti devono essere egualmente condannate , chiunque ne sia responsabile, indipendentemente dal contesto culturale nel quale sono commesse.
4) La strada dell’Unità Europea deve essere perseguita con maggiore impegno e determinazione. La vera sfida non è riformare le istituzioni europee o gestire l’ingresso dei neo-comunitari, ma contagiare i cittadini di un’Europa assonnata ed incosciente, con la passione di un progetto comune fatto di liberta’, sviluppo, diritti, democrazia e sincera fratellanza che trae origine dalle intuizioni di De Gasperi e Spinelli.
5) Promuoviamo la libertà di impresa, riconoscendo pienamente nel “fare impresa” una fonte di ricchezza non solo economica ma anche culturale e e di valori per il Paese. Il libero mercato non è solo un’occasione per i singoli, ma anche un’opportunità per le comunità, grazie alle esternalità positive che esso è in grado di generare.
6) Affermiamo gli interessi dei lavoratori, dipendenti ed autonomi, il loro diritto di organizzarsi e di tutelare le rispettive professionalità nel pieno rispetto della liberta’ sindacale per i dipendenti e della concorrenza per quanto riguarda i professionisti. I diritti del lavoro sono diritti umani.
7) Riconosciamo che l’attuale espansione dei mercati globali e del libero scambio non deve servire i ristretti interessi di una piccola elite di manager del mondo industrializzato e dei loro soci nei paesi in via di sviluppo. I benefici dello sviluppo su vasta scala attraverso l’espansione del commercio mondiale, devono essere quanto piu’ possibile diffusi affinche’ soddisfino gli interessi dei consumatori e di ogni paese. Globalizzazione non significa solamente affrontare un mercato vasto e complesso ma significa impegno per l’integrazione sociale e la giustizia sociale in tutto il mondo, a partire dal nostro Paese.
8) No all’anti-americanismo a priori: gli Stati Uniti non rappresentano certo un modello di società virtuosa, presentano infatti limiti, ingiustizie e problemi, in gran parte simili a quelli presenti nella maggior parte dei paesi sviluppati. Pur non condividendo l’attuale politica estera americana non possiamo non riconoscere il contributo culturale ed economico e di sviluppo tecnologico che parte della società americana è in grado di elaborare e diffondere.
9) Condividiamo i valori, sempre attuali della Resistenza partigiana e della lotta antifascista. Riconosciamo nella Costituzione Repubblicana la migliore sintesi della tradizione politica del nostro Paese. Condanniamo qualsiasi forma di dittatura presente o passata.
10)Con la parola Pace vogliamo indicare non solo un valore ma anche un modus operandi per noi irrinunciabile. Siamo favorevoli alla piena attuazione dell’articolo 11 della nostra Costituzione ed esprimiamo la nostra ferma condanna della proliferazione di armi di distruzione di massa , auspicando un disarmo completo e duraturo di tali dispositivi di morte.
11)La pace del medio-oriente deve passare attraverso “due stati per due popoli”. Israeliani e Palestinesi hanno diritto alla pace, a vivere serenamente e prosperare. La lotta alla violenza e alla prevaricazione, al fanatismo, la battaglie non violente per la liberta’, la sicurezza reciproca ed il rispetto devono impegnare non solo le dirigenze locali coinvolte, ma l’intero mondo occidentale ed islamico.
12)Siamo contro ogni forma di razzismo e terrorismo e ci impegniamo a condurre una battaglia culturale e politica instancabile per estirparne le origini e le ramificazioni in Europa ed in Italia
13) Vogliamo costruire un partito caratterizzato da un continuo dibattito interno, da uno studio serio ed impegnato verso i problemi della societa’ e dell’economia italiana, grazie anche ad una costante apertura critica alle idee. Abbracciamo metodi di confronto basati sull’analisi critica, il dialogo aperto, il dubbio creativo, la cautela di giudizio, il buon senso.
14)Rifiutiamo qualsiasi forma di revisionismo nei confronti delle dittature del Novecento e delle tragiche vicende dell’Olocausto del quale ci impegniamo a mantenere intatta la memoria nei secoli.
15)Di fronte alla sfida dell’incontro tra culture diverse, vogliamo rispondere con l’intensificazione del dibattito e del confronto tra le diversità. Il cambiamento del tessuto sociale del nostro Paese deve portarci a sostenere convintamene l’integrazione virtuosa, l’imprenditorialità etnica, il rispetto delle regole. Dobbiamo farci promotori di servizi per gli anziani efficienti e concreti, in grado di rispondere ai bisogni di questa fascia imponente della popolazione italiana.
16)Il concetto di libertà di pensiero, frutto della grande elaborazione concettuale liberale del diciottesimo secolo è ormai diventato un punto di rifermo per tutte le forze democratiche.
17)Riconosciamo nella solidarietà un cardine irrinunciabile per la costruzione di politiche di welfare, a favore della famiglia e dei piu’ deboli. Fare politica significa impegnarsi per dare voce anche ai piu’ deboli che non hanno voce.
18)Siamo favorevoli allo sviluppo aperto e accessibile di software ed opere di ingegno. I brevetti sono strumenti validi per la competizione tra imprese, ma in alcuni campi, quale la genetica e l’informatica siamo convinti che il modello open-source sia migliore perchè collaborativo, competitivo e meritocratico.
19)lo sviluppo sostenibile e la tutela del patrimonio ambientale, artistico e culturale sono una delle più grandi sfide per il futuro delle nostre comunità civili, vogliamo impegnarci per promuovere nella collettività una cultura che miri ad un innalzamento della qualità della vita in maniera responsabile nei confronti delle generazioni future. Per far questo ci impegneremo, a promuovere politiche territoriali adeguate e iniziative volte a sensibilizzare i modi di produzione e i consumi in grado di garantire al contempo la crescita e la tutela ambientale, rilanciando e potenziando quanto è stato deciso dal protocollo di Kyoto.
20)la strade della cultura, dell’arte, della formazione, della scuola, del sostegno al sistema universitario e al “continous learning“ sono i percorsi privilegiati attraverso i quali vogliamo stimolare i nostri concittadini ad impegnarsi per esprimere la propria creatività e ottenere brillanti risultati personali, scientifici e artistici e per un progresso globale delle nostre comunità .
21)il nostro Paese deve liberare nuove energie: donne e giovani sono la chiave per lo sviluppo del Paese.
UTENSILI, QUALITA’ e RISORSE UMANE
“un grande partito si rinnova con la vita che si rinnova, cresce con la vita che cresce, risponde allo stimolo dei nuovi equilibri che si fanno strada con una nuova assunzione di responsabilità, con un nuovo, più profondo e più vivo adempimento dei suoi compiti storici”(Aldo Moro, 9 marzo 1962).
Aldo Moro si riferiva chiaramente alla Democrazia Cristiana, ma le sue parole rimangono anche oggi come un invito in grado di guidare la grande sintesi democratica che ci stiamo accingendo a portare a termine. Non dobbiamo solamente rispondere con senso responsabilità e di servizio allo stimolo di nuovi equilibri, ma essere i demiurghi di nuovi equilibri. Non dobbiamo costruire un partito reattivo, che risponde cioe’ ai problemi e che gestisce emergenze (emergenze carceri, immigrati, giustizia, emergenza dissesto idrogeologico, emergenza rifiuti etc) ma un partito pro-attivo , dotato cioè di quella capacità di elaborare strategie, anticipare i trend sociali, adottare un respiro programmatico di medio lungo termine. Enrico Berlinguer li chiamava “pensieri lunghi”. Dobbiamo diventare il partito dei pensieri lunghi: accanto alla buona amministrazione locale e nazionale non possiamo non preoccuparci del futuro delle nuove generazioni e dalle eredità che grazie alle scelte del presente stiamo costruendo.
Coerentemente con le aspettative di gran parte dei giovani elettori e simpatizzanti del centrosinistra riteniamo opportuno innovare fortemente le tradizionali forme dei partiti. Non vogliamo piu’ avere a che fare con partiti che presentano strutture ed organizzazioni che sono epigoni della prima repubblica. Partiti divisi da correnti e personalismi esasperati in grado di mettere in atto conflitti interni ancora piu’ aspri rispetto a quelli verso i partiti concorrenti. Non possiamo limitarci al modello del partito delle tessere, all’aridità della corsa al tesseramento. Non possiamo costruire un partito il cui unico collante è un leader e che è caratterizzato da meccanismi di gestione interna ampiamente antidemocratici, come avviene nel centrodestra. Vogliamo un partito delle idee, dell’impegno militante, basato su merito e trasparenza. La diffusione capillare sul territorio deve essere accompagnata dalla capacità di elaborazione e di risposta rapida ed efficiente ai nuovi e vecchi problemi della società. Non un partito delle segreterie ma il partito dell’impegno di ciascuno e della responsabilità diffusa e condivisa.
Un partito nuovo deve dotarsi di strutture e modalità nuove rispetto a quelle gia’ sperimentate nei partiti di provenienza. A questo proposito non abbiamo una risposta pre-confezionata dal punto di vista organizzativo, ma sentiamo il dovere di lanciare un appello forte e convinto ad innovare, a sperimentare forme nuove di democrazia interna. La paura della modernità e della sperimentazione, la paura di perdere piccole ed insignificanti fette di potere o di visibilità mediatica non possono prendere il sopravvento sulla disperata necessità di rinnovamento cui dobbiamo oggi rispondere.
Dalla qualità dei partiti dipende fortemente la qualità del Paese e della sua classe dirigente. La costruzione del partito democratico, potrà contare a partire dai nostri percorsi congressuali, su manovali forti, capaci e generosi. Potra’ contare su capi-cantiere esperti e prudenti. E puo’ contare su architetti lungimiranti e creativi.
Non resta dunque che rimboccarci le maniche.
| inviato da il 4/3/2007 alle 13:24 | |
4 marzo 2007
tratto da IO SONO UN DEMOCRATICO - INCIPI DELLA PARTE SECONDA
PARTE SECONDA
Nella seconda parte di questo documento desideriamo proporre delle linee programmatiche su alcuni temi specifici che guideranno la nostra azione politica di giovani democratici. Si tratta di temi che sentiamo particolarmente vicini alla realtà giovanile sui quali vogliamo stimolare un dibattito e lanciare le nostre proposte.
QUESTIONE GENERAZIONALE : QUESTIONE DI RINNOVAMENTO
Nella società italiana i giovani faticano a trovare spazio ed opportunità. Economia, politica e cultura sono dominate da persone che hanno più di sessanta anni e che non hanno nessuna intenzione di lasciare la ribalta agli under 35. Questa desolante constatazione si po’ facilmente ricavare dall’osservazione di ciò che avviene nei più svariati ambiti del vivere consociato. Questa panoramica non può non partire dalla situazione politica che vede i due leader dei principali schieramenti quasi coetanei con circa settanta anni a testa, il Presidente della Repubblica ultraottantenne, i presidenti di entrambe le camere del Parlamento nati più di sessant’anni fa. Effettivamente, la caduta della prima Repubblica, aveva suscitato le speranze di un profondo rinnovamento generazionale, che però, a distanza di 14 anni, non si è a tutt’oggi verificato.
Anche il mondo dell’economia vede una profonda mancanza di rinnovamento generazionale. La maggior parte delle imprese italiane, piccole, medie o grandi che siano, sono ancor gestite dalla generazione di sessanta-settantenni che le fondarono negli anni cinquanta e sessanta. Lo stesso dicasi per quel che riguarda il mondo delle professioni: per divenire avvocato, ingegnere od architetto è necessario oggi confidare nella benevola cooptazione dei soliti grandi nomi.
Non è messo meglio il mondo della cultura: le Università sono dominate a onnipotenti “baroni”, i giornali più che sull’innovazione puntano i loro successo sempre sugli editoriali delle solite “grandi firme”.
E’ innanzitutto necessario che a ogni livello venga posta una questione generazionale. Tale questione non si può porre in termini meramente quantitativi: quello che serve è un reale rinnovamento della società italiana, non una forzata cooptazione. E’ quindi necessario che i giovani in prima persona si facciano carico di una proposta innovativa per la politica, la società e la cultura italiane.
E’ questo forse il versante più problematico della vicenda: l’impressione di molti è che ai ragazzi oggi non interessi più l’impegno politico e sociale, che all’apertura verso l’esterno e l’azione tipica di altre non lontane epoche storiche, si sia sostituita una chiusura in sé stessi, una diffidenza verso tutto ciò che è partecipativo. Tale constatazione viene spesso utilizzata come pretesto per la perpetuazione di una società “gerontocratica”. Noi respingiamo in toto questa visione. Innanzitutto constatiamo ogni giorno la presenza di tantissimi giovani che la politica la vivono, con passione, impegno e determinazione. Inoltre osserviamo come gli anni ‘90 e 2000 abbiano portato in luce l’esistenza di una serie di realtà associative composte in gran parte da giovani (si pensi al volontariato) che, seppur non politiche, mostrano un’innegabile voglia di impegnarsi nei problemi sociali da parte dei loro aderenti.
In terzo luogo osserviamo come la nuove forme di comunicazione informatiche e telematiche abbiamo fatto nascere una realtà ancora nuova: blog, siti, chatline rappresentano fori di incontro e discussione virtuali, perlopiù frequentate da persone under 35 in cui, fra gli altri argomenti, la politica, intesa come ricerca del Bene comune, ha una parte fondamentale.
E’ quindi a partire da queste realtà che occorre partire per rivitalizzare la componente più giovane della società. Il problema da porsi non è “perché i ragazzi non si interessano alla politica ed alla società”, ma “come si può trasformare un tipo di impegno differente da quello visto nei decenni passati, sicuramente più distaccato, in partecipazione concreta ed efficace alle scelte decisive per il futuro?”
La risposta è, almeno a parole, semplice: dando loro reali prospettive di azione e partecipazione, provando a parlare anche il loro, il nostro, “linguaggio”, che sarà poi il linguaggio del futuro, sforzandosi di integrare forme di partecipazione anche diverse nel dibattito complessivo del Paese. Al contempo però nulla cambierà se ad una rinnovata consapevolezza da parte del mondo giovanile non si accompagneranno radicali riforme del sistema politico, economico e sociale.
Si è a lungo parlato di “quote arancioni”, vale a dire di quote nelle liste elettorali riservate per legge a persone più giovani di una determinata soglia. Noi respingiamo che questa possa essere la soluzione alla questione generazionale! Le quote possono essere utili in determinate contingenze storiche, ma la soluzione del problema non passa da qui. Un paese con un Parlamento al 25% (od al 30%, od al 40%..) composto da under 30 (o 35, o 40..) è sicuramente un fatto positivo, ma, se nella società, nell’economia, nella cultura, nell’università non si aprirà davvero a chi è più giovane, le quote rischiano di essere inutili e controproducenti. Inutili perché non contribuirebbero allo svecchiamento della società, controproducenti in quanto potrebbero nascondere le vere esigenze dei giovani italiani di oggi.
Le riforme che servono sono invece di tipo più complessivo, dirette non a garantire poltrone ad alcuni, ma a rinnovare la società nel complesso. La questione generazionale non è insomma altro che una faccia del problema del rinnovamento economico, sociale e morale del paese.
Si parlerà in questo documento di welfare state, di università, di liberalizzazioni, riforme che debbono assolutamente essere sostenute e portate avanti. Ma la questione generazionale, intesa quindi come questione di rinnovamento dell’Italia, abbraccia una serie di campi molto più ampia. Dal rafforzamento e modernizzazione della scuola pubblica ad un impegno sulla strada dell’integrazione europea, dalla lotta agli sprechi ed alla lentezza della Pubblica Amministrazione alla valorizzazione delle enormi risorse per il nostro meridione.
I primi mesi dell’azione di questo governo sembrano andare proprio in questa direzione ( si pensi in particolare all’apertura delle professioni legata alla liberalizzazione delle tariffe, all’abbassamento del cuneo fiscale, all’attenzione verso il precariato).
Invitiamo quindi il Presidente Prodi ad andare avanti con le riforme, per quanto arduo possa sembrare oggi di fronte ai veti incrociati delle forze di maggioranza. Sarà oggi l’Ulivo, domani il Partito Democratico, a sostenerlo in questo coraggiosa opera di cambiamento, che libererà le enormi risorse umane oggi inutilizzate.
Fondamentale in tal senso è dunque quel grande processo di rinnovamento del panorama politico rappresentato dalla costituzione del Partito Democratico. Come già detto nella Prima Parte, è necessario che in tale processo abbiano un ruolo centrale le nuove generazioni, in quanto portatrici di un rinnovamento sociale di stampo riformista e progressista.
Lo spazio per una riappropriazione del ruolo di avanguardia politico- sociale sembra oggi, per noi giovani, essere più concreto.
Sta quindi a noi cogliere questa opportunità!
Sta a chi, a livello nazionale e locale, dirige oggi i partiti riformisti, darci le possibilità concrete di coglierla.
La sfida è ardua, ma ce la faremo.
| inviato da il 4/3/2007 alle 13:24 | |
4 marzo 2007
tratto da IO SONO UN DEMOCRATICO
UNA PACE INTEGRALE: QUALI VIE DA PERCORRERE
La stabilità della realtà internazionale di oggi, come è noto, è sempre più minacciata da conflitti e da situazioni di grave crisi. Le tragiche cronache che ogni giorno giungono dell’Iraq fanno temere per il già precario equilibrio dell’area; Iran e Corea del Nord procedono nei loro programmi nucleari, con il rischio che gruppi terroristici possano impossessarsi di armi di distruzione di massa.
Accanto a queste note criticità, tuttavia, esistono sullo scenario internazionale innumerevoli situazioni, pressoché sconosciute ai più, in cui sanguinose lotte intestine continuano a privare centinaia di migliaia di persone di condizioni di vita minimamente accettabili, aree in cui vivono popolazioni afflitte dalla povertà e dalle privazioni, Paesi in cui lo sfruttamento priva della dignità la vita dei lavoratori e in cui la dittatura reprime e frustra la libertà.
Il concetto di pace, allora, è qualcosa di più che una mera assenza di guerra. Ormai è evidente a tutti come sia sbagliato intendere la pace in una accezione semplicemente negativa: la pace, per essere veramente tale, deve avere un contenuto positivo, poiché non c’è pace senza sviluppo (e non c’è sviluppo senza pace) e non ci può essere una giusta pace senza giustizia sociale.
Per contribuire attivamente ad una “pace integrale” è necessario e doveroso che un Paese come l’Italia dia il suo contributo, impegnandosi attivamente per sviluppare un’azione internazionale consapevolmente coordinata che agisca in più direzioni.
Valorizzando il ruolo delle Organizzazioni Internazionali è possibile agire unendo gli sforzi con gli altri attori della comunità internazionale, governativi e non, nel pieno della legalità e della legittimità internazionali, imprescindibili punti di riferimento per la nostra azione. Solo in tali sedi, infatti, è possibile mettere a punto quelle politiche multilaterali necessarie per affrontare i molteplici problemi che, ostacolando non solo la pace e la sicurezza ma, per l’appunto, anche lo sviluppo e la giustizia internazionali, si pongono oggi alla nostra attenzione.
Impegnare attivamente risorse umane ed economiche nel campo della cooperazione allo sviluppo è assolutamente prioritario e il recente progetto di legge presentato congiuntamente da Ds e Margherita alla Camera, in un’ennesima dimostrazione della proficuità che la sinergia di tali forze porta con sé, sembra andare finalmente nella giusta direzione, indicando con chiarezza l’architettura istituzionale e gestionale delle politiche di cooperazione; tali politiche, si ricorda, devono essere sempre tese ad offrire niente più che un supporto alle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo, poiché non è possibile pensare di esportare un modello di sviluppo predeterminato, ma è necessario far sì che ogni realtà sociale, a partire dalle proprie specificità culturali, sia in grado di trovare la propria strada verso il benessere.
Inoltre, ricordando quanto già fatto, bisogna proseguire con forza sulla strada della riduzione del debito, per permettere alle economie del terzo mondo di poter imboccare la strada della modernità senza un gravosissimo fardello che le rischia di paralizzare irrimediabilmente. Una piena implementazione della legge 209 del 2000 è quanto mai auspicabile per la sua capacità di affrontare tale problema alla radice.
Infine, il ruolo delle nostre forze armate. Da decenni ormai, si è affermato a livello internazionale un nuovo modo di concepire il ruolo che gli eserciti nazionali devono avere: non strumenti offensivi volti alla soluzione delle controversie, ma un utile ed efficace mezzo per agire in favore della pace.
Le missioni ONU di peace-keeping mostrano, dopo anni di consolidata pratica, come esse siano di somma importanza per stabilizzare situazioni di crisi e, in alcuni casi, l’unico modo per pacificare sanguinosi ed interminabili conflitti civili.
Ciò che è importante oggi è riflettere su questa accezione positiva del concetto di pace, sugli impegni che essa comporta per un Paese come il nostro, per non rischiare di cadere in un pericoloso pacifismo senza se e senza ma che non potrebbe che portare, venendo meno agli impegni dell’oggi, ad un colpevole immobilismo; rifugiarsi in un irrealistico ed anacronistico isolazionismo il cui sentiero non può che essere foriero di pericoli non solo per la pace nel suo insieme ma persino per il nostro stesso Paese, è, quindi, da rifuggire, dovendosi optare, invece, per un attivo e costruttivo impegno in favore della Pace, al tempo stesso unica premessa e fine ultimo per la costruzione di un ordine internazionale regolato dal diritto internazionale e guidato dai principi di una nuova etica universalmente condivisa.
| inviato da il 4/3/2007 alle 13:23 | |
4 marzo 2007
tratto da IO SONO UN DEMOCRATICO
UNIVERSITA’ E RICERCA: LE CHIAVI PER IL FUTURO
Il benessere e la prosperità materiale di una società dipendono in larga misura dal grado di sviluppo della sua economia. Tale sviluppo, a sua volta, è frutto dell’avanzamento qualitativo delle strutture e dei mezzi di produzione di un dato sistema economico. Ciò significa che un’economia è nelle condizioni di progredire solo quando la conoscenza è in grado di mettere in campo nuove tecnologie, nuovi sistemi di organizzazione del lavoro, strutture più efficienti di gestione delle risorse. In poche parole, il benessere è il frutto della conoscenza.
Solo prendendo atto dell’importanza del sapere, è possibile dargli quel posto centrale che gli spetta in un’economia che voglia essere competitiva e vincente nel mondo.
Ma il valore della conoscenza risiede anche nella sua capacità di essere il motore per il progresso spirituale e morale della società, in quanto contribuisce a portarvi armonia e solidarietà; essa è in grado di migliorare la qualità della vita delle persone in ogni sua dimensione.
In poche parole, il sapere e la conoscenza sono il centro propulsore del progresso umano.
Se allora questi fattori sono tanto importanti, ogni società deve fare quanto più è possibile per promuoverli e svilupparli.
Per far ciò bisogna rivolgere la nostra attenzione all’istituzione che rappresenta il luogo in cui, nel nostro Paese, la conoscenza nasce, cresce, matura: l’Università. Se sufficienti risorse ed energie non vi vengono dedicati, il rischio è quello di un arretramento e di un’involuzione su tutti i fronti.
Lo stato di salute della nostra Università, come è noto, non è dei migliori. Non è certo questa la sede per tentare un’analisi complessiva del mondo dell’Università e dei suoi problemi, ma basterà citare alcuni tendenze in atto e alcuni problemi peraltro ampiamente noti: uno dei più bassi tassi di laureati d’Europa, una continua fuga all’estero dei nostri cervelli migliori, un proliferare di corsi di laurea che disperdono le risorse in mille rivoli infecondi, un sistema dominato da professori che si organizzano in vere e proprie corporazioni per spartirsi il potere e le cattedre negli atenei di tutta Italia. Questi sono solo i più evidenti sintomi di un sistema universitario in netta sofferenza.
Per poter affrontare tutti questi problemi è necessario un processo di riforma serio e radicale del sistema universitario italiano, così da metterlo al passo con i tempi, in modo tale da dare al nostro Paese quelle forze e quelle risorse necessarie per affrontare le sfide di questi difficili tempi del nuovo millennio.
Un tentativo, va detto, è stato fatto, ma i suoi risultati appaiono poco soddisfacenti: si è finito per trasformare l’offerta formativa dei nostri atenei in un supermercato della conoscenza, dove una grande quantità di iscritti garantisce maggiori finanziamenti, assoggettando così alle logiche di mercato un bene tanto prezioso come il sapere, che per la sua natura non si presta ad essere trattato come una merce. Siamo, di fatto, in mezzo al guado: un processo di riforma è stato cominciato e i decreti ministeriali del ministro Mussi prendono atto delle profonde distorsioni che il sistema ha subito, correggendo in parte la rotta. E’ assolutamente apprezzabile, infatti, il fatto che vengano ridotti il numero di insegnamenti per ciascun corso di laurea migliorando la qualità dell’attività didattica; da rilevare inoltre che alcune misure tendono a limitare la proliferazione di corsi di laurea, contribuendo così ad un miglioramento della qualità degli stessi. Ma i decreti Mussi possono essere considerati solo un momento di transizione, un modo per arrivare ad inaugurare una nuova stagione di riforme che possa dare all’Università quel ruolo centrale che le spetta.
L’auspicio è che i valori e i principi su cui far poggiare una nuova Università siano i seguenti.
La meritocrazia deve essere la pietra angolare dell’intero sistema, in quanto la necessità di dare spazio alle persone più capaci e preparate è davvero nell’interesse generale: solo scardinando i cosiddetti sistemi di “baronato” sarà possibile liberare quelle energie preziose che i giovani possono essere in grado di immettere nel processo di sviluppo della società. Per far questo è necessario un ripensamento dei sistemi di selezione e reclutamento dei ricercatori e del personale docente, il quale va comunque sottoposto ad un continuo esame sia per quanto riguarda l’attività didattica che per ciò che concerne la produzione scientifica, in modo tale da non permettere la costituzione e il consolidamento di posizioni di rendita.
Una particolare attenzione deve essere dedicata alla ricerca, in particolare per ciò che concerne la ricerca scientifica. È soprattutto quest’ultima che deve essere valorizzata, anche istituendo delle forme di discriminazione positiva a favore delle facoltà scientifiche, sempre meno capaci di attirare nuovi iscritti. La scienza e la tecnica, è una necessità riconoscerlo, sono di imprescindibile importanza per il progresso del Paese, in quanto solo esse sono in grado di dotare il Paese di quei mezzi di innovazione necessari per affrontare le sfide dell’economia globale; inoltre, solo esse possono permettere un miglioramento della qualità della vita e della salute di ciascuno.
Devono essere potenziati i finanziamenti, per dare nuova linfa vitale all’ambiente asfittico in cui professori, ricercatori, studenti si trovano tutti i giorni a vivere.
Solo procedendo lungo queste linee è possibile iniziare un processo di riforma che sia ampiamente condiviso da tutti e che possa contribuire a rendere l’Università ciò che è destinata ad essere: il cuore pulsante della vita del nostro Paese.
| inviato da il 4/3/2007 alle 13:23 | |
4 marzo 2007
tratto da IO SONO UN DEMOCRATICO
LIBERALIZZAZIONI: OVVERO SULLA RIFORMA DELLE PROFESSIONI
Si rende sempre più necessario l’aggiornamento delle libere professioni. La disciplina degli ordini professionali risale, in gran parte, al secolo scorso e rispecchia una realtà economica e sociale completamente diversa dall’attuale. L’evoluzione interna ed internazionale di questa realtà si cumula con l’evoluzione dell’ordinamento giuridico, contrassegnata dall’appartenenza della nostra nazione alla Comunità europea e dall’affermarsi dei nuovi principi circa la tutela della concorrenza e del mercato. E’ fuor di dubbio che la competitività dei nostri professionisti a livello europeo dipenda da un rinnovamento ordinamentale, che, oltre a garantire la qualificazione professionale, assicuri, soprattutto, piena concorrenza e controllo di deontologia. E’, quindi, necessario offrire ai nostri professionisti modelli aggiornati di accesso alle libere professioni e di governo delle stesse. E’ necessario procedere a una revisione della normativa in materia di professioni intellettuali per offrire ai professionisti italiani tutti gli strumenti per affrontare la competizione. Tale revisione non può non tener conto delle nuove realtà economiche e del nuovo quadro normativo europeo. Tra i tratti essenziali di questa necessaria riforma deve essere ricompressa la possibilità di esercitare l’attività professionale anche in modo “non regolamentato”, cioè da parte di soggetti non iscritti agli appositi albi e agli ordini. Per le professioni “non regolamentate”, infatti, l’attività professionale deve poter essere esercitata in qualunque modo, anche nella forma societaria di capitali, fosse anche quella azionaria. Gli attestati di competenza rilasciati dalle eventuali associazioni di categoria non devono essere requisito necessario per l’esercizio della professione.
Anche per le professioni già “regolamentate” si rende, però, necessaria un’intensa attività di riforma. Non si può, né si deve avere timore di mettere mano alla riforma delle professioni esistenti. Se da un lato per le “professioni emergenti” il mercato non riesce a fornire gli strumenti di tutela del cliente e si necessità di un intervento legislativo di regolazione, dall’altro, le “professioni tradizionali” limitano l’accesso alle stesse: o “guidando” la selezione dei futuri professionisti o attraverso una immotivata predeterminazione numerica. E’ indiscutibile che l’esercizio di queste pressioni ha una significativa incidenza sui diritti costituzionalmente garantiti, ma questo non può limitare, se non escludere, l’ingresso delle “nuove generazioni”, che non si devono considerare meno garantite dei principi costituzionali rispetto alle precedenti. Se non si può non immaginare, nei casi in esame, un esercizio in via esclusiva per gli iscritti agli ordini, ciò non significa che l’attuale configurazione delle “professioni già regolamentate” sia la migliore o ancora conforme ai tempi nuovi. Anzi, soprattutto nei meccanismi di selezioni dei futuri professionisti si ravvisano pratiche ed iniziative chiaramente anticoncorrenziali. Le attività riservate, seppur poche nel nostro ordinamento, non devono essere ampliate, semmai ridotte.
L’esame di Stato, troppo spesso, risulta una cooptazione da parte dei professionisti esistenti. Se l’esame di Stato deve saggiare la preparazione del “candidato”, non deve lasciare libero sfogo alla discrezionalità degli ordini professionali, che devono contribuire alla selezione, non determinarla in toto. Si deve disciplinare l’esame di Stato in modo da offrire un’uniforme valutazione su base nazionale. Spesso il tirocinio viene utilizzato come ostacolo per l’ingresso effettivo nella professione. Deve essere reso più elastico. Non si possono lasciare i praticanti all’arbitrio dei “dominus”. Il tirocinio non deve superare i due anni e, considerata la riforma universitaria, questo deve poter coincidere con la cd. Laurea specialistica o magistrale. Questo comporta un ripensamento della riforma universitaria, in modo da offrire al laureando nei primi tre anni di studio le basi culturali necessarie per poter affrontare, nei due successivi, non solo la laurea specialistica, ma anche il tirocinio. In tal modo si abbrevierà il lungo cursus honorum cui è sottoposto il giovane italiano. Attualmente un giovane, per divenire commercialista, deve affiancare, ai cinque anni di studi universitari, tre di tirocini; un giovane praticante avvocato, due di tirocinio. E’ accettabile un sistema che impedisce ad un giovane l’ingresso nella professione prima dei 26/27 anni? Si rende più che mai necessario un sistema che permetta di conciliare tirocinio e formazione universitaria, tirocinio ed esperienze professionali nei paesi membri dell’Unione Europea, tirocinio e corsi di formazione e specializzazione. Non deve mancare, per il tirocinante, un equo compenso. Se questo rende più difficile il reperire un professionista disposto ad assumersi l’onere economico e di tempo per un tirocinante, questo può essere compensato con opportuni sgravi fiscali. L’attività professionale è un’attività economica rilevante ai fini della crescita complessiva del sistema economico e, in quanto tale, deve essere soggetta alla disciplina della libertà di concorrenza e di scelta del cliente. Nel caso delle professioni regolamentate deve poter essere immaginata una forma “societaria” diversa dalla semplice associazione di professionisti, che assicuri una migliore rispondenza alle necessità del mercato. Non escludiamo la possibilità, per terzi, anche se non professionisti, di contribuire con semplici apporti di capitale, e la conseguente partecipazioni agli utili. Non si può pensare che il limitare, spesso arbitrariamente l’accesso alle professioni o il lasciare solo a queste la possibilità di formazione dei possibili professionisti, sia il modo migliore per riformare il mondo professionale italiano. E’ assurdo che un giovane spagnolo a solo 23 anni possa giungere in Italia e svolgere attività professionale, mentre un nostro connazionale può aver conseguito, alla stessa età, solo la laurea specialistica. E’ un’evidente violazione del principio d’uguaglianza. E’ necessario, pertanto, un serio processo di liberalizzazione della professioni, senza il quale i giovani italiani non saranno in grado di competere con i propri coetanei europei.
| inviato da il 4/3/2007 alle 13:22 | |
4 marzo 2007
tratto da IO SONO UN DEMOCRATICO
WELFARE E PENSIONI: UN NUOVO PATTO INTERGENERAZIONALE
La sostenibilità del sistema previdenziale non può essere affrontata solo dal punto di vista contabile, ma necessita di un insieme di politiche capaci di affrontare in maniera organica i problemi posti dall'invecchiamento della popolazione. Se non si vuole subire passivamente l'idea che l'aumento degli anziani produce una maggiore richiesta di prestazioni sociali e sanitarie, che rende insostenibile la spesa per il welfare universalistico, è necessario affrontare la questione da un altro punto di vista.
Le istituzioni economiche internazionali considerano infatti la riduzione della spesa pubblica elemento fondamentale per mantenere la competitività e conseguentemente la crescita. Spingono perciò verso il superamento del welfare state, così come lo abbiamo conosciuto in Europa. La sostenibilità economica dei sistemi previdenziali non può essere un problema astratto, separato dalle possibili conseguenze sociali. Proprio per questo, giustamente, si è deciso di non discutere di previdenza nella legge finanziaria e di rinviare un confronto sull'insieme del sistema in modo da affrontare non solo la riduzione del così detto scalone, ma anche il rafforzamento della tutela previdenziale pubblica per le giovani generazioni, il ripristino di una flessibilità in uscita dal mercato del lavoro, come previsto dalla legge Dini, la rivalutazione delle pensioni che da anni subiscono una continua erosione.
E' evidente che la concitazione, o piuttosto la confusione, che ha caratterizzato il cammino della legge finanziaria, non avrebbe potuto garantire una discussione seria su una materia così complessa e ricca di implicazioni sociali. Ora però il tempo di discuterne è arrivato! Si ripetono ovunque previsioni disastrose sul futuro degli Enti previdenziali e si indicano due misure inevitabili: l'aumento dell'età pensionabile e la riduzione dei coefficienti di calcolo delle pensioni. In realtà l'aumento dell'età pensionabile a 60 anni per uomini e donne è stato già deciso dal precedente Governo e sarà in vigore dal 2008 se non si interviene con una nuova normativa. Del resto a fronte di un'attesa di vita aumentata può sembrare del tutto ragionevole proporre un allungamento della vita lavorativa se non fosse che in tutta Europa , e anche in Italia, si assiste all'incremento dell'espulsione precoce (50/55 anni) dal mercato del lavoro. Persino gli Enti pubblici considerano i cinquantenni soggetti sui quali non è utile investire per la formazione o per gli avanzamenti di carriera. Lo stesso avviene nelle imprese private, dove il mito del "giovane intraprendente" è stato alimentato anche dal minor costo dell'occupazione giovanile dovuto sia alle possibilità di applicare i contratti atipici con minori costi contributivi, sia alla politica di incentivazione che ha favorito la sostituzione della manodopera più anziana. In questa situazione è evidente che l'innalzamento legale dell'età pensionabile produrrebbe solo un aumento di soggetti privi di reddito, non più lavoratori e non ancora pensionati, senza intervenire affatto sui fenomeni che impediscono una più lunga permanenza nel mercato del lavoro. La sostenibilità del sistema previdenziale non può essere affrontata solo dal punto di vista contabile, ma necessita di un insieme di politiche capaci di affrontare in maniera organica i problemi posti dall'invecchiamento della popolazione.
Se non si vuole subire passivamente l'idea che l'aumento degli anziani produce una maggiore richiesta di prestazioni sociali e sanitarie, che rende insostenibile la spesa per il welfare universalistico, è necessario affrontare la questione da un altro punto di vista. L'aumento dell'attesa di vita è un fenomeno strutturale delle società avanzate prodotto dall'aumento della ricchezza complessiva ma anche dalla possibilità per tutti di accedere alla forme di protezione sociale (assistenza sanitaria - previdenziale - istruzione ecc.).
Questo spiega perché l'attesa di vita sia maggiore in Europa che negli Stati Uniti dove c'è maggiore ricchezza ma minore protezione sociale. Sarebbe paradossale proporre come soluzione al problema proprio la riduzione di quel welfare state che ha prodotto maggior benessere e quindi allungamento del tempo di vita. Bisogna invece accettare che l'invecchiamento della popolazione richiede una diversa politica sociale ed economica, una diversa redistribuzione della ricchezza, un diverso modello di sviluppo in cui la competizione avvenga più sulla qualità sociale che sulla quantità di beni prodotti.
In questo quadro sarebbe possibile affrontare un'uscita flessibile e graduale dal mercato del lavoro che intrecci lavoro e impegno in attività di coesione sociale, attraverso forme di part-time durante il quale sia possibile usufruire di una quota della pensione maturata in modo che il sistema previdenziale abbia meno costi e il lavoratore mantenga un reddito adeguato. Si potrebbero in tal modo risparmiare risorse pubbliche da utilizzare per il sostegno alla previdenza dei giovani e dei lavoratori discontinui, e nello stesso tempo valorizzare il significato economico di tutte le attività di cura delle persone, dell'ambiente, della memoria che già gli anziani fanno e che potrebbero essere incentivate. Bisogna insomma costruire un nuovo patto intergenerazionale che dia ai giovani più sicurezza e più possibilità di esercitare la propria intelligenza e la propria creatività e agli anziani la possibilità di partecipare attivamente alla costruzione del benessere.
Per gli uni e per gli altri è necessaria innanzitutto la garanzia di un reddito dignitoso. Per tutte le questioni esposte fin qui, consideriamo fuorviante un dibattito sulle pensioni tutto incentrato sull'aumento legale dell'età pensionabile e sulla diminuzione dei coefficienti di calcolo. Nel primo caso, infatti, si risponde all'estrema flessibilità dei percorsi lavorativi, con una rigidità del sistema pensionistico che non corrisponde affatto alle modificazioni del mercato del lavoro.Nel secondo caso l'abbassamento dei coefficienti di calcolo peggiora ulteriormente le prospettive previdenziali delle giovani generazioni che già ora non sono brillanti: le vere questioni lasciate aperte dalla riforma Dini sono infatti due. La prima è che nel sistema contributivo in cui l'aumentare della pensione è strettamente correlato con la quantità di contributi cumulati, tutti i lavoratori discontinui e a bassa retribuzione , e in particolar modo le lavoratrici che sono concentrate in queste tipologie di lavoro, rischiano di avere una pensione pubblica inferiore all'assegno sociale. La seconda, è che le pensioni, dal '92 quando si eliminò l'aggancio automatico alla dinamica salariale, non hanno più avuto sistemi efficaci di salvaguardia del loro potere d'acquisto, perdendo dal 10 al 30% del loro valore. E' evidente che questo problema è particolarmente serio dal momento che, fortunatamente, l'attesa di vita continua a crescere.
Si dovrà assumere come linee guida l'uscita flessibile dal mercato del lavoro, con incentivi per un prolungamento volontario della permanenza al lavoro, e politiche di invecchiamento attivo per includere gli anziani in un progetto di sviluppo sostenibile. La vera domanda, infatti, non è se potremo assicurare sostenibilità economica al sistema previdenziale, ma se sapremo assicurare sviluppo, benessere, speranze per i giovani anche in una società che invecchia.
| inviato da il 4/3/2007 alle 13:21 | |
4 marzo 2007
tratto da IO SONO UN DEMOCRATICO
LA SFIDA DI KYOTO
Il ruolo dei giovani all’interno dei movimenti giovanili dei partiti politici è quello di monitorare ed osservare il lavoro dei senior, o di chi si assume delle responsabilità politiche. Quali devono essere le preoccupazioni principali di noi giovani? Tra le nostre principali preoccupazioni, occupano un posto chiave la cura del territorio e la politica ambientale. Il documento programmatico dell’Unione dedica all’ambiente molte pagine, scendendo sul dettaglio di vari argomenti: governo del territorio, protezione civile, montagna, città e periferie, elettrosmog, rifiuti, dissesto idrogeologico, rete idrica, mare, aree protette e animali.
In realtà, l’emergenza globale dichiarata è l’emissione di anidride carbonica. Secondo le previsioni degli esperti dell' Intergovernamental Panel on Climate Change, il rapporto intergovernativo che si occupa del cambiamento climatico presentato a Parigi, il mare si alzerà tra i 18 e i 59 cm e le temperature tra 1,8 e 4 gradi centigradi entro fine secolo. Il programma dell’Unione ne parla approfonditamente nel capitolo “Innovazione e sicurezza nel campo energetico”. Il Protocollo di Kyoto rappresenta un’opportunità per l’innovazione delle politiche energetiche e per una riduzione della dipendenza dall’importazione di combustibili fossili. Tale protocollo deve essere immediatamente attuato, valorizzando le sue ricadute positive nel nostro Paese con misure interne che consentano di raggiungere almeno l’80% degli obblighi di riduzione, e facendo ricorso, per la parte restante, agli interventi di cooperazione internazionale previsti dal Protocollo stesso.
L’accoglienza del protocollo di Kyoto (con la speranza che sia ancora uno strumento sufficiente per evitare disastri già annunciati) rappresenta una sfida economica foriera di maggiore benessere e con positive ricadute occupazionali che noi giovani dobbiamo accogliere con entusiasmo e sulla quale dobbiamo spingere il Paese. In realtà, il programma, oltre a chiarire gli obiettivi per la produzione di energie alternative, chiarisce anche che si ritiene possibile aumentare significativamente l’efficienza energetica complessiva con misure che avrebbero anche positive ricadute occupazionali: le indicazioni europee segnalano un possibile margine di risparmio per l'Italia pari ad almeno il 20% degli attuali consumi energetici. Tale risparmio può essere utilizzato attraverso investimenti in tecnologie per il risparmio energetico, remunerativi sul medio periodo.
Ormai il raggiungimento di questi obiettivi è indissolubilmente legato alla qualità della nostra vita e quella dei nostri figli in un territorio, il nostro, tra i più inquinati del mondo e ad alto rischio idrogeologico. Su questi obiettivi dobbiamo insistere con grande tenacia e convinzione.
| inviato da il 4/3/2007 alle 13:20 | |
4 marzo 2007
tratto da "IO SONO UN DEMOCRATICO"
GIOVANI, CUORE DEL TERRITORIO
La partecipazione giovanile alle scelte che riguardano territorio appare oggi più che mai necessario per lo sviluppo politico, economico e sociale del nostro paese. Tale necessità è innanzitutto imposta dalle esigenza di idee nuove, idonee ad affrontare problemi nuovi. Per un verso infatti si pongono di fronte ai nostri amministratori locali una serie di questioni che nel XX secolo apparivano secondarie od addirittura inesistenti, mentre nel XXI appaiono centrali ed ineludibili: immigrazione di massa, inquinamento atmosferico, globalizzazione. Per un altro verso è radicalmente mutato il modo di intendere il rapporto fra cittadino e politica: si richiede infatti una nuova partecipazione, slegata dai contenitori partitici. In particolare la fine delle ideologie e dei partiti di massa del ‘900 ha comportato notevoli ripercussioni anche sul piano locale: la delega agli amministratori non è oggi più “in bianco”, presupposta dalla comunanza ideologica fra eletto ed elettore, ma si richiede invece ai rappresentanti del popolo di riferire continuamente ai cittadini del loro operato.
Servono quindi risposte nuove, che possono certamente essere date dagli attuali amministratori, ma necessitano altresì di una collaborazione attiva di chi si è affacciato alla politica in questi ultimi dieci anni, di chi è già strutturalmente “nuovo” rispetto al sistema, e quindi più capace di analizzarlo e riformarlo in maniera critica.
La partecipazione giovanile in ambito locale ha sempre presentato alcuni profili problematici, alcuni attinenti alla questione più generale della partecipazione politica giovanile, altri peculiari di questo tipo di impegno. I ragazzi tendono infatti ad interessarsi a problemi di portata nazionale ed internazionale, apparentemente più interessanti, e meno a questioni legate al territorio. Questo stato di cose deve essere a nostro avviso ribaltato. Non vi è infatti soluzione di continuità fra problematiche locali, nazionali o globali. Non vi era in epoche più tranquille (da questo punto di vista), quando il concetto di sovranità nazionale rappresentava ancora la base dell’ordinamento internazionale. Non lo è a maggior ragione oggi, epoca in cui il processo di integrazione europea da un lato e la globalizzazione dei mercati e dei diritti (quest’ultima ancora purtroppo incompleta) dall’altro rendono ogni dimensione interdipendente dalle altre. E’ quindi anche a causa del Patto di Stabilità se le finanze comunali sono vincolate nelle spese, ma al contempo sicure per le entrate future; è anche a causa del Protocollo di Kyoto se sono necessarie diverse politiche ambientali. In poche parole: il mondo, in una dimensione di continua interdipendenza, si cambia anche con l’impegno sul territorio!
Bisogna dire che, forse proprio a causa di questa consapevolezza, nelle realtà locali come i comuni o nei quartieri, si sta assistendo in questi ultimi anni ad un sostanziale aumento dei giovani interessati a prendere responsabilità notevoli. Non vogliono essere più un elemento passivo della comunità, ma il motore. Motore con nuove idee, nuove spinte, nuovi orizzonti.
Questo processo deve a nostro avviso essere incoraggiato dai partiti, con convinzione e decisione. Ancora una volta non si tratta di quote, ma di valorizzazione effettiva dei talenti e delle risorse. Ancora una volta la partecipazione giovanile non è la richiesta di posti di potere, ma proposta, necessaria, di rinnovamento.
A nostro avviso, un’azione politica giovanile negli enti locali deve porre alcune questioni, spesso sottovalutate. Chiediamo dunque che queste richieste siano ascoltate e messe in pratica.
In primo luogo, chiediamo il recupero di un’attenzione ai parchi ed agli spazi verdi, necessari “polmoni verdi” delle città, e spazi di socializzazione e di incontro. Il verde pubblico deve essere tutelato e difeso contro ogni speculazione edilizia, adeguatamente attrezzato per essere fruibile a tutti (bambini, disabili, anziani), e protetto (con iniziative di socializzazione, ma anche con la vigilanza di polizia) dallo spaccio di droga e dal crimine.
In secondo luogo è necessario rendere accessibili a tutti le strutture sportive. Lo sport è infatti fondamentale momento di socializzazione e di crescita per un ragazzo, e non è accettabile che esso sia negato a chi non ha sufficienti risorse economiche (e in genere i giovani si trovano in questa condizione). Chiediamo che i campi di calcetto, pallacanestro e pallavolo, le piscine e tutte le altre infrastrutture sportive siano fornite gratuitamente od a pressi accessibili, sia che siano forniti direttamente dal Comune, sia che si operi attraverso apposite convenzioni.
In terzo luogo chiediamo che a prezzi contenuti si possano utilizzare sale di prova e di registrazione per i gruppi musicali: anche la musica, come ogni altra forma d’arte, è un importante momento di crescita culturale per una persona, e non sarebbe coerente con l’impostazione solidaristica e partecipativa del nostro ordinamento costituzionale lasciare che solo i più abbienti possano sviluppare musiche di qualità.
Infine riteniamo sia necessario che anche le amministrazioni locali si aprano alle nuove tecnologie informatiche, non soltanto come strumento di lavoro, ma anche e soprattutto come nuovo elemento di partecipazione. Siti internet, blog, chatline sono soltanto alcuni degli strumenti oggi molto usati dai giovani per discutere online di una gran varietà di argomenti, fra cui la politica. La sfida che noi lanciamo è quella di utilizzare questi strumenti anche per la politica locale, nell’ottica di una nuova partecipazione diretta dei cittadini all’azione dell’amministrazione del territorio.
Più in generale, è necessario che i giovani si facciano promotori di un modo di agire innovativo nei confronti dei problemi da risolvere, più pragmatico e meno ideologico, che approntino risposte nuove alle difficili questioni poste dal processo di globalizzazione, che introducano elementi di novità nello stile del far politica, aiutando a colmare il baratro fra i tempi e i modi della politique politicienne e quelli della società civile.
In conclusione, assistiamo oggi ad un trend positivo: continuiamo su questa strada, segnata da giovani amministratori, idee nuove, nuovi progetti, nuove sfide, ma ricordiamo che la strada da percorrere per una reale partecipazione dei giovani alle scelte inerenti al territorio in cui vivono è ancora lunga e tutta da percorrere.
Da tale partecipazione potrà derivare un rinnovamento complessivo del modo di amministrare, che, fra l’altro, potrà innescare un circolo virtuoso che porti sempre più ragazzi ad interessarsi e ed a trovare spazio e soddisfazioni nel collaborare all’amministrazione del territorio. Spazio che meritano. Spazio che sapranno meritarsi.
| inviato da il 4/3/2007 alle 13:20 | |
4 marzo 2007
le conclusioni del documento IO SONO UN DEMOCRATICO
CONCLUSIONI
Siamo dunque alle conclusioni della nostra proposta democratica, ma in realtà ci troviamo ai nastri di partenza. Insieme a noi sono stati chiamati a raccolta i ragazzi della Sinistra Giovanile, i Giovani della Margherita, e tutti quei giovani che pur non essendo iscritti ad alcun partito, credono nel progetto dell’Ulivo e hanno contribuito in maniera decisiva all’ultima vittoria elettorale. Siamo studenti, lavoratori precari, giovani padri, madri, figli, operai, professionisti ad inizio carriera, impiegati, disoccupati. Pronti a fornire le nostre energie e le nostre idee per il nuovo progetto democratico.
Non chiediamo quote, non siamo una categoria debole e da proteggere: chiediamo serietà e senso di responsabilità all’interno del futuro partito. Rivendichiamo il nostro ruolo di interlocutore politico fondamentale, preziosa cerniera di comunicazione tra le generazioni.
Bravura politica, intelligenza strategica, capacità professionale, costanza e autonomia di pensiero, talento, merito, passione sono i valori in base ai quali vogliamo essere riconosciuti all’interno del nuovo partito. Non vogliamo nomine o poltrone, vogliamo solamente che la “vecchia politica” fatta di cooptazioni, fedeltà e personalismi si faccia da parte offrendo un’immagine finalmente nuova, schietta, autentica, di servizio e di concretezza. Voltiamo pagina e coloriamo questa sbiadita immagine della politica con i colori dell’entusiasmo, della solidarietà, dell’amicizia, della fraterna condivisione di valori e obiettivi politici e sociali.
Su di noi grava il compito di coinvolgere i nostri coetanei, di renderli consapevoli dell’esistenza di un progetto riformista e innovatore per la società italiana e per il futuro di ognuno di noi. Un compito arduo al quale non vogliamo e non possiamo sottrarci. Pur provenendo da esperienze politiche diverse collaboreremo insieme alla ricerca del consenso e della fiducia dei nostri coetanei. Vogliamo capovolgere l’opinione comune che vede nei partiti strumenti ormai superati, dimostrando con i fatti che i partiti sono ancora luoghi di confronto, elaborazione e crescita individuale e collettiva. Il nostro linguaggio sara’ chiaro, diretto, semplice.
Abbiamo bisogna di slegare la forza racchiusa e imprigionata nel corpo sociale e nei giovani, liberare le energie che insistono sui territorio, svincolare l’attività politica e amministrativa da antiche logiche d’interesse, ridare fiato ad una "macchina" ormai stanca e ripartire di slancio.
Siamo convinti che il partito democratico sarà in grado di essere un luogo visibile di cittadinanza attiva, scuola di responsabilità, palestra per le coscienze di futuri amministratori accorti e lungimiranti. Un partito aperto alle novità tecnologiche e in costante dialogo con il mondo della formazione e dell’università. A chiare lettere sosterremo un sistema pubblico di qualità e di eccellenza, arricchito dalla presenza di istituzioni formative ed educative private. Anche l’accesso al mondo del lavoro dovrà essere tema centrale dell’elaborazione politica e dell’impegno quotidiano. Siamo ai nastri di partenza e anche se siamo giovani, ci batteremo fino in fondo per creare un partito maturo, all’altezza delle nostre aspettative, in grado di investire sulle proprie speranze. Sui nostri sogni.
"PER IL FUTURO DEI GIOVANI" : LETTERA AL COMITATO DEI SAGGI DEL PD di " INNOVATORI EUROPEI - GIOVANI E DONNE" e "GIOVANI di COMMUNITAS 2002
| inviato da il 4/3/2007 alle 13:18 | |
18 dicembre 2006
21 dicembre - incontro Generazione Democratica
Ci incontreremo il giorno 21 dicembre 2006 ore 21 presso la sala caduti di nassirya del quartiere Centro, sotto il volto dell'Orologio di Piazza dei Signori all'ordine del giorno:
- auguri natalizi (panettoni spumanti etc...) - verifica attivita' dell'anno 2006 - programmazione anno 2007 - rinnovo cariche sociali
NON MANCARE
Ti ricordo infine il nuovo blog del gruppo di lavoro DEMLAB http://versopartitodemocratico.blogspot.com/
:-)
p.
| inviato da il 18/12/2006 alle 11:31 | |
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